Dall'anno scolastico 2027/28 il disegno di legge di bilancio prevede 4.925 posti in meno nell'organico dei docenti e 2.049 in meno in quello del personale ATA. Una misura presentata come contabile, che però tocca il cuore dell'organizzazione scolastica e che merita di essere letta anche con gli occhi del giurista.
Quasi settemila posti in meno tra insegnanti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. È questo, in sintesi, il contenuto della disposizione della legge di bilancio 2027 che in questi giorni ha prodotto un effetto raro nel panorama sindacale della scuola: una contrarietà pressoché unanime. Il dato politico è evidente, e altrettanto evidente è che la partita si giocherà in Parlamento, dove la Manovra ha appena iniziato il suo percorso. Conviene però fermarsi un momento sul contenuto giuridico della norma, perché è lì che si comprende quanto un intervento apparentemente lineare possa ripercuotersi sulla vita concreta delle istituzioni scolastiche, del personale e delle famiglie.
La norma: un secondo intervento sullo stesso comma
La disposizione contestata è l'articolo 66, comma 5, del disegno di legge di bilancio, che interviene sul comma 828 dell'articolo 1 della legge 30 dicembre 2024, n. 207. Si tratta della legge di bilancio per il 2025, che aveva già sottratto all'organico dell'autonomia 5.660 posti di docente. Il legislatore, in altre parole, non introduce una misura nuova, ma torna sulla medesima leva a distanza di due anni, aggiungendo una seconda riduzione alla prima.
Il nuovo testo, secondo quanto riportato, dispone a decorrere dall'anno scolastico 2027/28 una contrazione di 4.925 posti nell'organico docente e di 2.049 posti nelle dotazioni del personale ATA. La relazione tecnica quantifica il risparmio in circa 84 milioni di euro per il 2027, anno in cui il taglio opera soltanto per il periodo settembre-dicembre, e in circa 252 milioni annui a regime dal 2028.
Un aspetto merita particolare attenzione. La norma fissa il numero complessivo dei posti da sopprimere, ma non dice dove. La ripartizione tra gradi di istruzione, tipologie di posto e regioni è rimessa ai decreti interministeriali con cui ogni anno il Ministero dell'istruzione e del merito, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, definisce la consistenza degli organici prima delle operazioni di mobilità. È in quella sede, cioè in un atto amministrativo e non nella legge, che si deciderà quali territori e quali segmenti del sistema sopporteranno il peso della riduzione.
Denatalità, ruoli e precariato
La giustificazione offerta dal Ministero dell'economia è la denatalità: la popolazione scolastica si riduce di circa centomila studenti l'anno e, in questa prospettiva, il numero dei posti dovrebbe seguirne l'andamento. L'argomento ha una sua coerenza aritmetica, ma sconta un limite noto a chiunque conosca il funzionamento degli organici. Il fabbisogno di personale non dipende soltanto dal numero degli alunni, bensì dal numero delle classi, dai parametri di formazione fissati dal d.P.R. n. 81 del 2009, dai tempi scuola, dalla dispersione territoriale dei plessi e dalla presenza di alunni con disabilità. Il calo demografico, distribuito in modo disomogeneo, non si traduce automaticamente in un minor numero di classi, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli comuni.
C'è poi un profilo che riguarda direttamente il personale. I posti dell'organico dell'autonomia sono quelli su cui si svolgono la mobilità e le immissioni in ruolo. Ridurli significa restringere le disponibilità per le assunzioni a tempo indeterminato e, in alcuni territori, esporre il personale titolare al rischio di soprannumerarietà. Se però il bisogno effettivo delle scuole non diminuisce nella stessa misura, i posti sottratti all'organico stabile tendono a riemergere, di anno in anno, come disponibilità da coprire con supplenze.
È un meccanismo che il sistema conosce bene e che ha alimentato per decenni il precariato scolastico, con tutto il contenzioso che ne è derivato in materia di reiterazione dei contratti a termine, alla luce della direttiva 1999/70/CE e della giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, a partire dalla sentenza Mascolo del 2014. Una riduzione strutturale dei posti, in presenza di un fabbisogno che resta strutturale, rischia di muoversi in direzione opposta rispetto agli obiettivi di stabilizzazione che lo stesso legislatore ha più volte dichiarato.
Il personale ATA e la tenuta quotidiana delle scuole
Il taglio di 2.049 posti ATA è forse la parte della norma che desta maggiori perplessità sul piano organizzativo. Il personale amministrativo, tecnico e ausiliario è da tempo considerato sottodimensionato rispetto ai compiti assegnati, come riconosce del resto lo stesso articolo di ItaliaOggi. Le segreterie hanno assorbito negli ultimi anni adempimenti crescenti, dalla gestione dei progetti finanziati con fondi europei alla digitalizzazione delle procedure, mentre i collaboratori scolastici garantiscono l'apertura dei plessi, la sorveglianza degli spazi comuni e l'assistenza di base agli alunni con disabilità.
Non si tratta di un tema soltanto sindacale. La vigilanza sugli alunni è un obbligo che grava sull'istituzione scolastica e che, quando viene meno, chiama in causa la responsabilità dell'amministrazione ai sensi dell'articolo 2048 del codice civile. Un plesso con un collaboratore in meno è un plesso in cui la copertura dei corridoi, degli ingressi e dei servizi diventa più difficile, e in cui il dirigente scolastico è chiamato a organizzare con risorse ridotte un servizio i cui standard di sicurezza non si riducono affatto.
Analogo discorso vale per l'inclusione. Le scuole sono chiamate a personalizzare la didattica, a predisporre e attuare piani educativi individualizzati e piani didattici personalizzati, ad ampliare il tempo scuola anche nei mesi estivi. Sono compiti che il quadro normativo, a partire dal d.lgs. n. 66 del 2017, ha progressivamente reso più articolati e che presuppongono personale stabile e continuità. È su questo terreno che le organizzazioni sindacali contestano la lettura puramente ragionieristica della denatalità, ed è difficile non riconoscere che l'obiezione coglie un punto reale.
Una partita ancora aperta
La norma, va ricordato, non è ancora legge. Il disegno di legge di bilancio ha appena iniziato l'esame alla Camera e segnali di apertura sono arrivati dalla stessa maggioranza.
Va però osservato che anche nell'ipotesi in cui la norma superasse indenne l'esame parlamentare, la partita non sarebbe chiusa. Resterebbe aperta la fase attuativa, quella dei decreti interministeriali di riparto, nella quale si determinerà in concreto quali regioni, quali ordini di scuola e quali tipologie di posto subiranno la riduzione. È lì che occorrerà verificare che le scelte dell'amministrazione siano coerenti con i parametri normativi sulla formazione delle classi, con le garanzie previste per gli alunni con disabilità e con gli obblighi di vigilanza che gravano sulle istituzioni scolastiche.
Il calo demografico è un dato reale e nessuno può pretendere che il sistema scolastico ne resti indifferente. Ma la denatalità potrebbe essere letta anche come un'occasione per ridurre il numero di alunni per classe, rafforzare il tempo pieno e consolidare la continuità del personale, anziché come una semplice voce di risparmio. È una scelta politica, prima ancora che contabile, e il dibattito parlamentare delle prossime settimane dirà quale delle due letture prevarrà.










