Con il Decreto Dipartimentale n. 537 del 30 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito avvia ufficialmente una sperimentazione nazionale triennale finalizzata allo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi scolastici.

Si tratta di un passaggio di grande rilievo sistemico, che si inserisce nel solco della recente legge 19 febbraio 2025, n. 22, e che segna un’evoluzione profonda del modello educativo italiano, sempre più orientato non solo all’acquisizione di conoscenze, ma allo sviluppo integrale della persona.

Il quadro normativo e la svolta culturale

Il provvedimento si fonda su un articolato impianto normativo che richiama, tra gli altri, il d.lgs. 62/2017 sulla valutazione, il d.lgs. 66/2017 sull’inclusione e le più recenti indicazioni nazionali del 2025.

Il punto di svolta è rappresentato proprio dalla legge n. 22/2025, che introduce formalmente nel sistema educativo italiano il tema delle competenze non cognitive, in linea con le Raccomandazioni europee sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Non si tratta di un intervento marginale, ma di una vera e propria ridefinizione delle priorità educative: accanto alle competenze disciplinari, entrano stabilmente in gioco dimensioni come la resilienza, la motivazione, la capacità di collaborare, il pensiero critico e l’autoregolazione.

La sperimentazione: chi può partecipare

L’avviso pubblico è rivolto a un’ampia platea di soggetti:

- scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado
- istituzioni del primo e secondo ciclo
- CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti)

Le candidature possono essere presentate anche in rete tra scuole, con la possibilità di coinvolgere università ed enti di ricerca specializzati sul tema.

Questo elemento è particolarmente significativo, perché apre alla costruzione di ecosistemi educativi territoriali, superando la dimensione isolata della singola istituzione scolastica.

Cosa devono contenere i progetti

Le scuole sono chiamate a presentare proposte progettuali strutturate, che dovranno includere:

– obiettivi e risultati attesi
– individuazione dei destinatari (classi, studenti)
– metodologie didattiche innovative
– integrazione nel curricolo
– strumenti di valutazione delle competenze non cognitive
– sistemi di monitoraggio e rendicontazione

Particolare attenzione è richiesta al tema dell’inclusione: i progetti devono garantire accessibilità anche agli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali.

È evidente come il legislatore stia spingendo verso una didattica sempre più personalizzata e orientata agli esiti, non solo cognitivi ma anche formativi.

Tempistiche e modalità di candidatura

Le candidature devono essere trasmesse via PEC entro il 30 aprile 2026, utilizzando l’apposito formulario ministeriale.

Elemento essenziale è la delibera del collegio dei docenti: la sperimentazione, infatti, si inserisce pienamente nell’autonomia scolastica e richiede una scelta consapevole e condivisa.

L’invio incompleto o tardivo comporta l’esclusione, a conferma della natura selettiva della procedura.

I criteri di valutazione

Le proposte saranno valutate da una Commissione tecnica sulla base di criteri ben definiti:

– coerenza con le finalità della sperimentazione
– qualità e struttura del progetto
– esperienza pregressa della scuola
– contesto socio-educativo (con attenzione alla dispersione scolastica)

Il punteggio massimo è di 100 punti, con soglia minima di ammissione fissata a 50.

Interessante il ruolo dell’INVALSI, che fornirà dati oggettivi per valutare il contesto delle scuole, rafforzando il legame tra politiche educative e analisi dei dati.

Durata e prospettive

Le scuole selezionate parteciperanno alla sperimentazione per un triennio, con autorizzazione ministeriale.

Questo dato è cruciale: non si tratta di un progetto episodico, ma di un percorso strutturato che potrebbe rappresentare il preludio a una futura generalizzazione del modello.

Profili critici e riflessi operativi

Dal punto di vista giuridico-amministrativo, la sperimentazione apre alcune questioni rilevanti:

In primo luogo, il tema della valutazione delle competenze non cognitive, che dovrà necessariamente confrontarsi con i principi di trasparenza, oggettività e verificabilità dell’azione amministrativa.

In secondo luogo, il rischio di una eterogeneità applicativa, legata all’autonomia progettuale delle scuole, che potrebbe incidere sull’uniformità del sistema.

Infine, emerge il nodo della formazione dei docenti: senza un adeguato supporto metodologico, il rischio è che le competenze non cognitive restino una categoria astratta.

Una trasformazione irreversibile

Al di là delle criticità, il dato è chiaro: il sistema scolastico italiano sta progressivamente abbandonando un modello centrato esclusivamente sulle conoscenze per orientarsi verso una visione più ampia della formazione.

Le competenze non cognitive non sono più un tema accessorio, ma diventano parte integrante del curricolo e, in prospettiva, anche dei sistemi di valutazione.

La sfida, ora, è trasformare questa innovazione normativa in pratica educativa reale, evitando che resti confinata a una sperimentazione formale.

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