Aprile 2026. Il Ministero dell'Istruzione e del Merito pubblica la bozza dei nuovi programmi liceali. Un documento che promette di riscrivere non solo i contenuti, ma la filosofia stessa dell'istruzione secondaria superiore.

Con il testo licenziato dalla commissione ministeriale e offerto alla consultazione pubblica, l'Italia compie un passo significativo nella ridefinizione del secondo ciclo di istruzione. Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del Liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società.

Il tempismo non è casuale. La riforma arriva dopo la già completata revisione delle Indicazioni per il primo ciclo — il D.M. 221 del dicembre 2025 — e si inscrive in un più ampio progetto di allineamento dell'intero sistema scolastico italiano alle trasformazioni epocali prodotte dalla digitalizzazione e dall'intelligenza artificiale. Il testo è stato pubblicato il 22 aprile 2026 e si apre ora la fase di consultazione con il mondo della scuola. Per la prima volta le Indicazioni saranno inviate specificamente anche ai rappresentanti delle Consulte studentesche, e il Ministro Valditara le adotterà ufficialmente solo al termine del percorso di ascolto della comunità scolastica.

La scansione temporale è significativa: a quasi tutte le scuole è stato inviato un questionario di nove pagine con quesiti preparati dalla stessa Commissione, che potrà essere compilato entro il 31 maggio esclusivamente online. Dopo la pubblicazione del documento, sarà sottoposto al CSPI e ad altri organi di controllo prima della firma definitiva del ministro, presumibilmente nel settembre 2027.

Una riforma, quindi, ancora in divenire. Ma con orientamenti già chiari e politicamente orientati.

 
Forse la novità più attesa dagli addetti ai lavori: la Geostoria scompare. Al primo biennio, Storia e Geografia tornano a configurarsi come discipline distinte, ciascuna con la propria specificità metodologica e, per la Geografia, con manuali propri. 

La Geostoria aveva fatto il suo ingresso nei licei con la riforma Gelmini del 2010, con l'ambizione di costruire un approccio integrato tra dimensione spaziale e temporale. Nella pratica, aveva spesso generato confusione metodologica e manuali ibridi di difficile gestione didattica. Nata con l'intento di fondere due materie affini, la disciplina ibrida ha spesso creato difficoltà metodologiche sia per i docenti che per gli studenti. 
Il ripristino della distinzione non è solo un ritorno al passato: il documento ridefinisce anche la portata tematica di ciascuna materia. La Storia estende il proprio arco temporale fino alla svolta cinese e ai nuovi equilibri geopolitici, con una scansione che dal nucleo euro-occidentale si apre progressivamente ai nuovi scenari globali. La centralità della storia dell'Italia e dell'Occidente non è un ripiegamento provinciale: è riconoscimento dell'eredità universale che quella tradizione ha consegnato al mondo moderno — la statualità, i diritti della persona, i fondamenti della ricerca scientifica. 

Quest'ultima precisazione è rivelatrice. Il MIM sente evidentemente il bisogno di schermirsi da critiche di eurocentrismo proprio mentre riafferma una prospettiva che rimane saldamente ancorata alla tradizione occidentale. Il programma di storia supera ora i tradizionali confini temporali per abbracciare i giorni nostri, introducendo temi come l'avvento dell'euro, la digitalizzazione e la nuova geopolitica mondiale. 

Portare la storia fino all'attualità è una scelta coraggiosa — e rischiosa. Il Ministero ha inserito una nota di avvertimento cruciale: i docenti dovranno mantenere un rigoroso confine metodologico tra storia e cronaca. La storia necessita di distanza temporale, fonti consolidate e interpretazioni strutturate, mentre la cronaca descrive eventi in tempo reale. 

Tuttavia, alcuni commentatori hanno evidenziato l'assenza formale di termini come "mafia" o dei nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nei documenti, così come, trattando i regimi totalitari, la mancanza di riferimenti alle persecuzioni di Rom, disabili e omosessuali accanto alla pur corretta enfasi sulla Shoah. 

 Una delle svolte più rilevanti riguarda la matematica. Le nuove Indicazioni di matematica non si limitano a riordinare i nuclei tematici: propongono un ripensamento profondo della disciplina come esperienza intellettuale. Le tecniche restano, ma cessano di essere il fine. Diventano strumenti per comprendere concetti, modelli e decisioni. 
Tre sono le novità strutturali che il MIM stesso mette in evidenza. La prima: l'errore è riconosciuto come parte integrante del lavoro intellettuale, momento fecondo da attraversare con consapevolezza, non stigma da evitare.La seconda novità: per la prima volta, le Indicazioni trattano esplicitamente il tema dell'intelligenza artificiale, affidando alla matematica il compito di fornire i concetti e il linguaggio che stanno alla base dei sistemi di AI.

 La terza: il quinto anno introduce uno spazio strutturato di approfondimento in cui lo studente connette la matematica alla scienza, alla storia delle idee o ai propri interessi personali, riposizionando la disciplina come sistema di idee in dialogo con tutti gli ambiti del sapere.

In attuazione della Legge 132/2025 e dell'AI Act europeo, l'intelligenza artificiale entra nei Licei non come oggetto di fascinazione tecnologica, ma come territorio critico da governare. L'obiettivo è formare una coscienza digitale capace di distinguere tra la simulazione algoritmica — la doxa — e il sapere validato — l'epistéme.

Il riferimento diretto alle categorie platoniche non è casuale: segnala un'ambizione filosofica. L'IA non è trattata solo come competenza tecnica, ma come oggetto di riflessione epistemica. La matematica ne spiegherà il funzionamento tecnico, mentre le materie umanistiche ne analizzeranno le implicazioni etiche e critiche.

Questa trasversalità è forse l'aspetto più interessante: il documento rifiuta esplicitamente il modello di una materia-IA isolata, e invece distribuisce la responsabilità formativa tra discipline diverse. Il pensiero matematico e il pensiero critico diventano le due leve attraverso cui la scuola presidia l'autonomia del soggetto nell'era degli algoritmi. L'obiettivo non è addestrare studenti all'uso degli strumenti digitali: è formarli a governarli con consapevolezza.

Degno di nota è anche il fatto che persino nelle Indicazioni che riguardano l'indirizzo Classico si legge che lo studente "apprenderà ad avvalersi in modo consapevole e critico e con l'aiuto del docente di alcuni strumenti multimediali disponibili per lo studio del latino, inclusi quelli basati sulle tecnologie dell'intelligenza artificiale generativa". Il liceo classico — spesso percepito come bastione del tradizionalismo — non viene esentato dalla sfida digitale.

D'altro canto, il documento non nasconde i rischi. Le tecnologie digitali vanno integrate in un contesto in cui le dimensioni umane e sociali dell'apprendimento siano rafforzate e non "sostituite", e in cui prevalga una mediazione chiaramente orchestrata dalla persona dell'insegnante. La tecnologia e l'IA in particolare possono ampliare la portata educativa della scuola solo se inserite in un contesto relazionale solido, che salvaguardi la libertà, la coscienza e lo sviluppo integrale della persona. 

Le nuove indicazioni nazionali per i licei sanciscono alcune novità significative anche per la letteratura: tra queste, i Promessi Sposi vengono posticipati rispetto al tradizionale collocamento nel biennio, e viene previsto lo stop agli anacronismi nelle analisi dei testi classici. La letteratura viene riformulata in chiave formativa e identitaria: leggere i classici non come esercizio di studio formale, ma come strumento per comprendere se stessi e il mondo. La lingua italiana viene ribadita come bene culturale centrale e strumento di accesso alla conoscenza. 

Una delle novità più interessanti sul piano metodologico è l'introduzione di una sezione "Perché studiare questa disciplina" in apertura di ciascuna area disciplinare. Questa sezione pone un'esigenza che è epistemologica e didattica insieme: illuminare il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti. In apparenza semplice, questa novità ha implicazioni profonde: riconosce che la motivazione non è un problema degli studenti, ma una responsabilità del curricolo.

La Filosofia nei Licei assume una doppia caratterizzazione. Da un lato è pratica concreta — esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione. Dall'altro consegna un sapere storico e teorico, una tradizione di autori e testi da conoscere e approfondire.

Un approccio che richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero — dove l'errore, l'incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli. Si tratta di un'impostazione che guarda alla tradizione anglosassone della philosophy for children e della didattica dialogica, pur senza citarla esplicitamente. Quanto riesca a penetrare nelle classi dipenderà, come sempre, dalla formazione e dalla disponibilità dei docenti.

In continuità con la scuola del primo ciclo, i licei dedicano ampio spazio all'educazione emotiva e relazionale così come al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione. Il rispetto è riconosciuto come presupposto etico che precede e fonda l'agire civile: non una norma da rispettare, ma una disposizione da coltivare. 

Non come disciplina a sé, ma come dimensione strutturale del curricolo. Il rispetto non è presentato come regola da imporre, ma come competenza da coltivare. La scuola, in questa visione, non si limita a trasmettere conoscenze, ma costruisce i fondamenti della convivenza civile in una società pluralistica, dove l'inclusione non è concessione ma principio. 

Il punto è politicamente sensibile. L'educazione emotiva e relazionale viene presentata in modo trasversale, ma le critiche — specie da ambienti conservatori — sull'indottrinamento valoriale si sono già fatte sentire. Il documento sceglie un linguaggio volutamente ampio e non prescrittivo, lasciando ai singoli istituti e docenti l'interpretazione concreta.

Alcune questioni rimangono in sospeso e meritano attenzione critica.

Il problema delle ore. La bozza introduce nuovi contenuti e nuovi approcci, ma non ridisegna esplicitamente il monte ore complessivo. Aggiungere l'IA, separare storia e geografia, introdurre approfondimenti interdisciplinari al quinto anno: tutto questo richiede tempo, e il tempo scolastico è una risorsa finita. Il rischio è che le ambizioni del documento restino tali senza un adeguamento strutturale del quadro orario.

La formazione dei docenti. L'approccio alla matematica, alla filosofia e all'IA richiede ai docenti di uscire da modalità consolidate di insegnamento. Questo è vero, ma la domanda è: chi forma i formatori? Le Indicazioni da sole non producono trasformazione didattica senza un robusto investimento nella formazione in servizio.

La consultazione e il suo significato reale. Nel questionario inviato alle scuole e agli stakeholder non sarebbe prevista l'opzione "parere negativo" come ha segnalato la Gilda degli Insegnanti di Venezia. Se confermato, questo dato solleva interrogativi sulla genuinità del processo partecipativo.

L'impianto identitario. La centralità della tradizione occidentale e italiana, ribadita più volte nel testo, è una scelta legittima ma non neutrale. Il documento si premura di precisare che questa centralità non è "ripiegamento provinciale", ma questa stessa difensività rivela la consapevolezza di muoversi su un terreno ideologicamente conteso.

 

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