Il dibattito sull’età minima per accedere ai social e ai servizi di intelligenza artificiale continua a occupare il centro della scena pubblica. Da un lato c’è chi invoca divieti rigidi, dall’altro chi teme un eccesso di paternalismo digitale. Nel mezzo, un legislatore che da anni oscilla tra proposte parziali, soglie diverse e richiami al GDPR. Eppure, paradossalmente, la normativa italiana già possiede uno strumento semplice ed efficace per regolamentare l’accesso dei minori: il codice civile.
L’idea è tanto lineare quanto ignorata: per iscriversi a un social è necessario accettare “termini e condizioni”, cioè concludere un contratto. E se si tratta di un contratto, si applicano automaticamente le regole del codice civile in materia di capacità di agire. Ne deriva che un minorenne non può validamente stipularlo, salvo specifiche eccezioni previste dalla legge. La giurisprudenza lo ha chiarito più volte, a partire dal Consiglio di Stato nel 2020: aprire un account social equivale a concludere un accordo giuridicamente vincolante, anche se il servizio è gratuito, perché lo scambio non è economico ma “informativo”.
In questo quadro, l’idea secondo cui sarebbe necessario introdurre nuove soglie di età è, in buona parte, una convinzione errata. Il GDPR, all’art. 8, lascia espressamente agli Stati membri la disciplina civilistica sulla validità dei contratti conclusi dai minori. Dunque, se un social consente l’accesso già a 13 anni, come avviene per molti gestori, non sta semplicemente scegliendo una politica commerciale: sta consentendo la stipulazione di un contratto che, nel nostro ordinamento, è annullabile.
Il tema si complica ulteriormente se si considera che i social e i sistemi di IA non offrono servizi “neutri”, bensì ambienti digitali ad alto rischio informativo, con raccolta massiva di dati, profilazioni, algoritmi che influenzano la condotta, esposizione indesiderata a contenuti sensibili. In questo senso, l’analogia con i cosiddetti microcontratti — quei piccoli acquisti occasionali che anche un minorenne può effettuare senza l’intervento dei genitori — appare forzata. L’uso di una piattaforma social o di un servizio di IA non è un atto di vita quotidiana, ma un’operazione gravida di conseguenze su diritti fondamentali e libertà personali. Per questo, la regola generale resta l’annullabilità del contratto stipulato dal minore.
Sul piano politico, il confronto resta acceso. L’Italia mantiene la soglia di 14 anni per l’accesso ai sistemi di IA, mentre in Parlamento si discute un disegno di legge che mira a fissare a 15 anni l’età minima per iscriversi ai social. Il dibattito non è aiutato dalla confusione lessicale tra “età per l’accesso al social” e “età per consentire il trattamento dei dati”: due concetti distinti che spesso si sovrappongono nel discorso pubblico.
All’estero si sperimentano soluzioni più drastiche. L’Australia, dal 10 dicembre 2025, vieta l’apertura di account ai minori di 16 anni su dieci grandi piattaforme, tra cui Instagram, TikTok, YouTube e Reddit. Non solo: impone alle aziende di disattivare gli account già esistenti dei minori sotto soglia, lasciando aperta la possibilità di riattivarli una volta compiuti i 16 anni. È un modello rigoroso, con sanzioni milionarie, che però non coinvolge piattaforme come WhatsApp, Google Classroom e LinkedIn. Inoltre, richiede sistemi di verifica dell’età non basati esclusivamente sui documenti, per evitare rischi di violazione della privacy.
L’esperimento australiano sarà un banco di prova. Nessun divieto, infatti, vive solo sulla carta: la sua efficacia dipende dalla capacità di impedire elusioni, falsificazioni, prestiti di identità digitali. Ma anche in assenza di un modello così drastico, la domanda in Italia resta aperta: serve davvero una nuova legge? O basterebbe applicare con coerenza le regole che già esistono?
Il codice civile, per ora, offre una risposta chiara: un minorenne non può impegnarsi validamente in un rapporto contrattuale che comporti rischi significativi. Accedere ai social rientra esattamente in questa categoria. Se così è, la questione non è un vuoto normativo, ma un vuoto di applicazione. E forse, prima di scrivere nuove regole, sarebbe sufficiente iniziare a far rispettare quelle che abbiamo già.








