di Vittorio Venuti

Ha fatto discutere l’annuncio del Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, nel corso dell’incontro del 4 giugno tra i dirigenti del Ministero e i sindacati rappresentativi, di un imminente decreto per l’istituzione, a settembre, di un corso di formazione, obbligatorio e senza compenso, di 25 ore rivolto a tutti i docenti non specializzati che avranno in classe almeno un alunno con disabilità. In totale, si calcola che circa 700mila insegnanti saranno obbligati alla formazione. Si evidenzia la perentorietà del dispositivo che, come hanno fatto notare i rappresentanti delle OO.SS., appare anche in contrasto con il CCNL 2016/2018, che contempla la formazione come diritto/dovere e non come obbligo.

Al di là dei risvolti sindacali, pur apprezzando molto l’idea di una formazione specifica sul tema dell’inclusione scolastica, finalizzata all’affermazione del principio di corresponsabilità nella presa in carico degli alunni con disabilità, non possiamo non cogliere alcune incongruenze di fondo che, speriamo, vengano considerate e superate a decreto “finito”.

Il tema dell’Inclusione è argomento che tutti gli insegnanti, indistintamente, dovrebbero affrontare, perché l’Inclusione non è un concetto né un processo che attenga esclusivamente agli alunni con disabilità, ma a tutti gli alunni indifferentemente. Perciò, c’è da chiedersi: perché si tagliano fuori la gran parte degli alunni con BES? Perché si tagliano fuori quegli alunni che non rientrano in nessuna categoria “protetta” ma sono altrettanto fragili? Perché non si affronta coraggiosamente la necessità di rivedere il modo di fare scuola partendo proprio dalla formazione sull’Inclusioneche comprende in sé la possibilità di una svolta epocale?

Così posta la questione, sembra che ancora si voglia perseguire una visione distorta o approssimativa del profondo significato che ha lo stesso termine Inclusione. Non un semplice sostantivo ma un’intenzione ed un’azione programmatica che sancisce il diritto di tutti ad esserci, ciascuno con la propria differenza, e che trascina con sé il senso della personalizzazione e della individualizzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento per tutti, dettato così ben presente nella legislazione scolastica italiana ma anche così poco frequentato.

Andare per categorie (come i BES confermano) è tutt’altro che inclusione, perché l’inclusione prevede anche l’Altro, comunque egli sia. Tutti gli insegnanti dovrebbero riflettere su cosa comporta accettare le differenze. Al riguardo, c’è da chiedersi quali siano le ragioni per cui si escludono gli insegnanti che non avranno in classe alunni con disabilità, come se il corso non fosse in grado di suscitare domande utili anche per quegli alunni che una disabilità non ce l’hanno. Una miopia! È stata l’integrazione degli alunni sbrigativamente detti “handicappati” a vivacizzare la didattica degli ultimi decenni e a spingere perché si innovasse.

E perché gli stessi insegnanti di sostegno resterebbero fuori dalla formazione, quindi fuori anche dalla possibilità di confrontarsi direttamente con i colleghi “obbligati”, partecipare al discorso e sentirsi più coinvolti? Altra miopia! Quale idea di insegnante di sostegno si cela dietro questa scelta? Quale idea di dialogo e di collaborazione si pensa che ci sia nelle classi? Ancora si preferiscepensare per compartimenti che possono dialogare sulla carta ma non riconoscendosi come parte della stessa unità?

A ben guardare, se analizziamo il senso stesso del corso di formazione che si vuole definire, anche solo riflettendo marginalmente sulla questione, dovrebbe apparire chiaro che l’insegnante di sostegno si qualificherà sempre più come figura cardine importantissima, che dovrà saper interpretare e favorire nel miglior modo possibile il processo dell’inclusione che interessa tutti, insegnanti compresi. Si può forse negare che il processo inclusivo non debba interessare l’inclusione stessa dei docenti. Non si può includere se non si è inclusi. La provocazione “Chi integra chi?” si è traslata in “Chi include chi?”.

Il discorso sull’inclusione è straordinariamente importante, rappresenta un primo passo verso il riconoscimento e la costruzione di una identità istituzionale tale da far superare la rigidità con cui i gradi e gli ordini di scuola si osservano e si giudicano. Un progetto di formazione così importante non va espresso come si trattasse di una esternazione estiva; deve emergere da una visione pedagogica forte e il più possibile completa, eco dei grandi pedagogisti che hanno tracciato le prospettive della scuola inclusiva parecchi decenni fa, nomi ai quali spesso ricorriamo per qualche citazione di comodo ma che difficilmente comprendiamo per indirizzare la nostra azione quotidiana e per dare sostanza al nostro modo di fare scuola.

Sono gli insegnanti, per primi, a dover pensare a se stessi come persone che devono saper includere sentendosi loro stessi oggetto di inclusione. Lo stesso si dica per quanti ne discettano e ne scrivono. 

Editoriale di Dirigere la scuola, numero di luglio, 7/2021