Esiste ormai una copiosa e qualificata giurisprudenza sulla legittimità dell’obbligo vaccinale, da ultimo riportata dal TAR Lazio a sostegno della sua conforme decisione nel rigettare tutti gli articolati motivi costituenti il ricorso di un brigadiere capo della Guardia di finanza, risoluto nel non vaccinarsi e di conseguenza sospeso dal servizio (e dallo stipendio) dal comandante della Stazione navale di Napoli. Ma, astraendosi dal caso concreto, le fattispecie sottoposte alla cognizione del Giudice amministrativo e i principi che si ricavano hanno una valenza generalizzata. 

La sentenza reca il numero 3725 del 23 marzo 2022 e pubblicata il 31. In via preliminare il Collegio giudicante ha positivamente statuito sulla propria eccepita competenza (ai sensi dell’articolo 13, comma 3, c.p.a, essendo le misure impugnate di applicazione generalizzata e incidenti su tutto il territorio nazionale) e ritenuto di dover pronunciare nel merito sul proposto giudizio, pur intentato in sede cautelare, con sentenza in forma semplificata (ricorrendo i presupposti di cui all’articolo 60, c.p.a.). 

Il ricorso è stato quindi respinto nel merito sulla base delle seguenti motivazioni: 

a) è recessivo rispetto all’interesse generale alla vaccinazione l’interesse personale di chi non vuole vaccinarsi e nel contempo pretende dal datore di lavoro l’assegnazione a mansioni affini “idonee a non recare pericoli per la collettività”; 

b) non ha pregio la mera opinione dell’interessato secondo cui la sistematica effettuazione dei tamponi costituirebbe una soluzione migliore della vaccinazione; 

c) la sospensione dal servizio e da ogni emolumento dei soggetti renitenti è ragionevole ed equilibrata, dato che non determina conseguenze irreparabili per il dipendente (non viene avviato alcun procedimento disciplinare e resta impregiudicata la conservazione del posto di lavoro), ma solo l’applicazione di una misura di carattere cautelare e temporaneo “direttamente correlata alla persistenza della scelta volontaria di violare l’obbligo vaccinale”. E, soprattutto, l’obbligo vaccinale (con le misure, ragionevoli ed equilibrate, volte a contrastarne l’inadempimento) è espressione di discrezionalità legislativa costituzionalmente legittima siccome vincolata al perseguimento di determinate finalità pubbliche (Consiglio di Stato, sez. III, 20.10.2021, n. 7045). Dunque, la sospensione della retribuzione “costituisce una conseguenza (sinallagmaticamente) naturale della mancata erogazione della prestazione, sicché in alcun modo può ipotizzarsi una qualche violazione dell’art. 36 della Costituzione”; 

d) la sospensione in discorso esula dai profili di rilevanza disciplinare (e anche di rilevanza penale, solo eventuale), non trovando, pertanto, applicazione l’istituto dell’assegno alimentare o similari, se non quando questo sia espressamente previsto da specifiche disposizioni di legge (come nell’immediata sospensione cautelare del dipendente nei cui confronti si sia avviata la procedura per il licenziamento disciplinare per falsa attestazione della presenza in servizio mediante alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, accertata in flagranza: art. 54 quater, comma 3 bis, D.Lgs. 165/2001, TUPI) ovvero contrattuali (come nel caso del dirigente scolastico in sospensione cautelare a seguito di procedimento penale, ex art. 30, comma 7, CCNL area Istruzione e Ricerca). 

Deve peraltro sottolinearsi che sia il procedimento disciplinare che quello penale procedono, una volta avviati, in modo autonomo e indifferente rispetto alla volontà dell’incolpato o dell’imputato di poterne bloccare lo svolgimento, “e per questo è giustificata l’erogazione di alcune provvidenze (corresponsione di parte degli assegni a carattere fisso e continuativo e dell’assegno alimentare)”. 

Di contro, nel caso della sospensione per violazione dell’obbligo vaccinale - distinta, autonoma, autoconsistente - è prevista una reversibilità immediata della situazione originaria, “nel senso che al dipendente è data la possibilità di riprendere l’esercizio dell’attività lavorativa sol che questi si sottoponga alla vaccinazione” (e dal primo aprile 2022 essa non è più neanche necessaria per poter lavorare, bastando l’esito del tampone o equivalenti che escludano la positività al virus, tranne che per le attività didattiche in presenza e qui convertite in attività di supporto alla istituzione scolastica. Ovviamente, mette conto aggiungere, non si può pensare - come invece pretendono i ricorsi avviati e/o preannunciati - a qualsivoglia retroattività, con il recupero degli stipendi a suo tempo sospesi, in quanto la nuova norma più blanda è il frutto di una rivalutazione dell’andamento pandemico da parte del Legislatore in conseguenza della cessazione dello stato emergenziale al 31 marzo u.s.); 

e) è ingiustificato il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia EU, non ravvisandosi una violazione grave e manifesta del diritto eurounitario, alla luce dell’orientamento della Corte costituzionale, che ha ripetutamente (sentenze 307/1990, 258/1994, 118/1996, 226/2000, 282/2002, 107/2012, 268/2017, 5/2018) riconosciuto al Legislatore il potere di contemperare la libertà di autodeterminazione individuale e la tutela della salute individuale e collettiva, in una sorta di equilibrio mobile tra i due poli correlato alle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte (Corte cost., sentenza 268/2017, cit.), e delle acquisizioni, sempre in evoluzione, della ricerca medica, che devono guidarlo nelle sue scelte (Corte cost., sentenze 282/2002 e 5/2018, citt.): tal che potrà scegliersi tra la tecnica dell’obbligo in tema di trattamenti vaccinali, “anche assistito da una sanzione”, e quella della raccomandazione, a seconda “di diverse condizioni sanitarie della popolazione di riferimento, opportunamente accertate dalle autorità preposte”; ed entrambe le soluzioni hanno “il comune scopo di garantire e tutelare la salute (anche) collettiva attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale”.