È legittimo il licenziamento per giusta causa della dipendente) che, d'accordo con i colleghi, abbia quasi quotidianamente violato la normativa di rilevazione delle presenze. Si tratta, infatti, di un comportamento connotato da una particolare intensità dell'elemento soggettivo, manifestata dalla diffusività del sistema adottato e dai chiari contorni associativi di questo, in considerazione del numero elevato dei dipendenti che vi partecipano.

Nel caso in questione il dipendente è stato licenziato per giusta causa «per falsa attestazione della presenza in servizio», all'esito di un procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti dopo che era emerso che si era fatto fare la timbratura della presenza in servizio dai colleghi.

Il licenziamento è stato confermato dai giudici di merito di primo e secondo grado, rilevando, in merito al giudizio di gravità in concreto della condotta, come «il disvalore della stessa non si esaurisse nel danno economico arrecato all'azienda, effettivamente modesto; l'inaffidabilità della lavoratrice era piuttosto evidenziata dalla quasi quotidiana violazione della normativa di rilevazione delle presenze e dalla indifferenza per la continuità del servizio, dimostrata dall'abitualità con la quale la ricorrente entrava e usciva dalla sede aziendale, facendo in modo di evitare che il sistema apposito potesse registrarla».

Tutte tali circostanze evidenziavano, sul piano sia oggettivo che volitivo, non solo la disponibilità allo scambio di favori illeciti per eludere il sistema di rilevazione delle presenze, ma anche l'abitualità delle condotte e la completa indifferenza della lavoratrice per la violazione dei propri doveri di ufficio.

La dipendente ha proposto ricorso per Cassazione eccependo il profilo della proporzionalità della sanzione adottata, per non avere la Corte territoriale considerato che nei confronti di altri dipendenti erano state irrogate sanzioni più lievi.

La Suprema Corte ha condiviso il giudizio di gravità della condotta e di proporzionalità della sanzione espresso dai giudici di merito, osservando come lo stesso fosse stato espresso dalla Corte di appello «con motivazione esaustiva e condotto con apprezzamento, puntuale e coerente, di plurimi elementi soggettivi ed oggettivi».

La Corte di Cassazione ha pertanto rilevato che le censure mosse dalla lavoratrice alla sentenza impugnata erano in realtà volte ad ottenere un apprezzamento delle circostanze del caso concreto che, come noto, costituiscono valutazione riservata al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità.

Corte di Cassazione, Sez. Lav. 20 aprile 2021, n. 10373